Estratto da «LA CIVILTÀ CATTOLICA» (Quaderno 2738) 1964

Dicono di noi

Estratto da
«La Civiltà Cattolica»
(Quaderno 2738) 1964


Lo Zend-Avesta, l’opera «che racchiude la saggezza millenaria dell’antica Persia», contiene fra l’altro sei « regole per il governo della parola ». La meditazione di esse ha ispirato all’A. questo libro. L’influsso di tale ispirazione si estende non solo al contenuto, ma anche alla struttura esterna del volume. I primi due capitoli, dedicati al « dono della parola» e al « controllo della lingua », non sono che una vasta premessa introduttiva al commento delle sei regole, svolto dall’A. in altrettanti capitoli, che preparano il lettore alle riflessioni finali sul «saper tacere o la vera arte del silenzio» e sulle conquiste interiori attuabili «oltre il silenzio ».


Diciamo subito che il Vico di Varo non propugna il silenzio per se stesso o il silenzio come oziosa evasione dalla realtà quotidiana; al contrario sostiene la necessità urgente di esso come espressione e premessa di auto-dominio, come atmosfera indispensabile per stimolare le attività dello spirito e temprarne le forze, come via unica della conoscenza di se stessi e dell’incontro misterioso con Dio.

Quest’insegnamento è riassunto dall’A. in cinque «Comandamenti del silenzio »:
1) Taci sempre quando la disposizione d’animo è sfavorevole.
2) Taci quando la parola non servirebbe a produrre il risultato desiderato.
3) Nel parlare metti sempre l’amore e non avrai bisogno di nessun’altra regola.
4) Rifornisciti, di tanto in tanto, di energie nuove, isolandoti nel silenzio meditativo.
5) Ascolta la voce che parla entro di te.

Gli ultimi due di questi « Comandamenti» farebbero supporre nell’ A. intenzioni spirituali in senso ascetico e teologico. Ma niente di tutto ciò. Il suo « silenzio meditativo » non ha molto a che vedere col silenzio di un ritiro o di un corso d’esercizi; e « la voce» di cui egli parla non si identifica necessariamente con la «voce di Dio». La natura degli intenti perseguiti ha fatto situare l’A. sul piano «naturale» dell’uomo comune, prescindendo da ogni credo religioso o filosofico.

Tuttavia il pensiero e il linguaggio di Vico di Varo sono imbevuti profondamente di cristianesimo, come provano le citazioni numerose e intelligenti della Bibbia e di vari autori cristiani, e, soprattutto, un suo modo di sentire e di pensare, che si esprime in giudizi di valore, a cui un credente non può non sottoscrivere. Il significato discutibile, attribuito talvolta dall’A. a termini come « anima », « verità », « evoluzione » o frasi come «natura divina dell’uomo», viene chiarito e corretto dal contesto, nonché relativamente giustificato dall’indole divulgativa del volume.

Ma oltre a questa notevole sensibilità per la realtà religiosa, il lettore ammirerà la pacata signorilità con cui l’A. affronta tutti i problemi di vita e di costume connessi con l’uso della parola. Piuttosto che ricorrere ai soliti ripieghi della satira a buon mercato o della fraseologia ad effetto dei moralisti improvvisati, egli si rivolge al lettore con fare dimesso e semplice, attraverso analisi psicologiche persuasive e solide osservazioni piene di buon senso, aneddoti efficaci, sentenze incisive ed attendibili, proverbi d’ogni popolo e tempo; ed esprime tutto con un linguaggio limpido, riscaldato da una fede profonda nelle possibilità di bene in si te nell’uomo.

L’A. ha dunque il coraggio di non condividere le conclamate «inquietudini », «angosce» e «disperazioni» di tanti nostri contemporanei, scrittori o meno. Proprio questo rende il suo libro più «autentico» e «impegnato» di tanti altri; più degno di figurare in ogni biblioteca con funzioni realmente educative.

Il Messaggero 12/07/2018

Dicono di noi

Il Messaggero 12/07/2018


Quando è nata è stata da subito avvolta dalla sacralità. Scelta precisa quella di creare via Merulana non solo per unire due rioni l’Esquili­no e Monti – ma soprattutto per collegare la Basilica di Santa Maria Maggiore a quella di San Giovanni in Laterano. Ci pensò Papa Gregorio XIII e il progetto fu poi ultimato da Sisto V. Oggi, circondata dai platani, mantiene una compostezza – quasi fierezza – a tratti decadente. La strada resta avvolta dal mistero, non a caso al civico 219, in quel palazzo che i più conoscono come “Palazzo degli ori”, Carlo Emilio Gadda ambientò quel romanzo-noir entrato di diritto tra i capostipiti della letteratura novecentesca (Quel pastìccìaccìo brutto di via Merulana). 


Al frenetico andirivieni delle auto che su e giù l’attraversano senza soluzione di continuità, rispondono con un ritmo placido, attento al gusto e alla qualità, i ristoranti e i bistrot che nel corso degli anni hanno fatto di questa strada un luogo di incontro. Dal “Merulana Cafè”, nato negli anni Settanta del secolo scorso, arredato in stile British che serve piatti ispirati alla tradizione ma rivisitati in chiave contemporanea e – soprattutto internazionale – al suggestivo forno “Panella”, a pochi passi dal teatro Brancaccio, nato nel 1929 che produce decine di varietà di pane e pizze e registra il sold-out nell’ora dell’aperitivo.

Per chi ha voglia di una pausa informale vale la pena una sosta da “La cuccuma”: ambiente retrò con un grande soffitto a volta in cui è possibile gustare piatti veloci a prezzi più che moderati. Ancora: spazio alla tradizione nella cucina della Sora Vincenza, anima della storica pizzeria “Galilei” dove ogni ricetta è preparata in casa e i clienti arrivano da tutta Roma per assaggiare i mal tagliati con i fagioli. Per gli amanti del pesce, ecco “I buoni amici”: tovagliette a quadratoni e ambiente familiare fanno da cornice a un menù ispirato al mare. Ma via Merulana nel tempo è diventata anche spazio di cultura. Un salotto d’arte è nato nel palazzo che un tempo ospitava l’istituto di Igìe­ne. Dentro ci si può imbattere in opere d’arte contemporanea ed esposizioni temporanee di artisti conosciuti in tutto il mondo. E per chi ancora oggi non rinuncia alla lettura di un buon libro, è facile scoprire testi introvabili e finanche qualche prima edizione nella LibreriaRotondi.

Camilla Mozzetti